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Celebra

Published on Settembre 26th, 2016 | by Vincenzo Foppa

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Padre Gianni: Abbiamo bisogno dei poveri!

In questa giornata in cui  Comunità Parrocchiale celebra la ricorrenza della consacrazione della nostra Chiesa con specifiche letture, la liturgia ci propone altre letture, molto forti, che mettono in risalto l’ingiustizia umana e l’indifferenza nei confronti del fratello bisognoso e di come tutto ciò non passi inosservato all’occhio del Signore. Mancanze di cui Dio chiede conto.

Dice Amos (6, 1-7) nella prima lettura della messa di quest’oggi:

1 Guai agli spensierati di Sion

e a quelli che si considerano sicuri

sulla montagna di Samaria!

Questi notabili della prima tra le nazioni,

ai quali si rivolge la casa d’Israele!

2Andate a vedere la città di Calne,

da lì andate a Camat, la grande,

e scendete a Gat dei Filistei:

siete voi forse migliori di quei regni

o il loro territorio è più grande del vostro?

3Voi credete di ritardare il giorno fatale

e invece affrettate il regno della violenza.

4Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani

mangiano gli agnelli del gregge

e i vitelli cresciuti nella stalla.

5Canterellano al suono dell’arpa,

come Davide improvvisano su strumenti musicali;

6bevono il vino in larghe coppe

e si ungono con gli unguenti più raffinati,

ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.

7Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati

e cesserà l’orgia dei dissoluti.”

Un primo commento molto duro a questa lettura lo offre Don Oreste Benzi:

“Per Amos, Dio deve rientrare in ogni campo della società di Israele, suo popolo; nelle leggi, nel comportamento morale, nella vita di ogni giorno. Il culto praticato da Israele viene attaccato da Amos perché era un elemento che tendeva a distruggere la comunità in quanto lasciava le condizioni sociali del paese immutate. Si erano formati domini di stato, ai quali presiedevano funzionari che avevano sotto di sé altri subalterni. Si formò una rete di potere che profittava: contro di essa insorsero i profeti. Essi si misero dalla parte degli sfruttati, degli indifesi, dei piccoli, dei deboli, che non erano considerati come avevano diritto. Amos attacca tutta una serie di gravi abusi che dipendono dalla borghesia benestante. Oppressione, privazione dei diritti, corruzione, indebitamento, disordine sociale, culto esterno che non proviene da una vita unita e fedele al Signore, ma di un bisogno di copertura esterna di una vita in cui Dio c’entrava ben poco.

E’ ipocrita parlare di oppressi, di emarginati, di handicappati, di poveri senza smascherare chi opprime, chi emargina, chi fabbrica poveri. Non basta dare un pezzo di pane all’affamato ma individuare gli affamatori e agire perché smettano di affamare. Non è sufficiente mettere una spalla sotto la croce di chi soffre; bisogna far smettere di fabbricarle!”.

A questa riflessione possiamo aggiungere le parole di Padre Gianni:

“A commento del Vangelo di quest’oggi, e a commento della vergogna politica che stiamo consumando in Italia, basterebbe la seguente lettura del profeta Amos, un profeta di origini contadine che smaschera e mette alla gogna l’immoralità dei potenti che si dicono a servizio del popolo e del bene comune, ma che in realtà sono solo a servizio di se stessi e tosano il popolo come un gregge di pecore.”

 Dopo la parabola dell’economo ingiusto ascoltata domenica scorsa (cf. Lc 16,1-8), oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro(cf. Lc 16,19-31):

19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti.20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”.30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

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Questo il commento di Padre Gianni

“Non riusciamo a rendercene conto, non riusciamo a convincercene: o il centro della nostra attenzione, di tutti noi, di qualsiasi estrazione sociale noi siamo, con qualsiasi compito sociale noi abbiamo, sono i poveri Lazzaro, oppure saremo sempre in balia di coloro che vendono la lana delle pecore dicendo che lo fanno per il bene delle pecore. O mettiamo al centro della nostra attenzione gli agnelli e le pecore che i grandi pretendono di potere mangiare a loro piacimento “sdraiati sui loro divani”, oppure saremo sempre in balia di gente amorale che scambia la propria difesa col bene comune. Fino a quando dovremo vergognarci? Mi viene da dire: magari avessimo ancora un po’ di vergogna e di rossore, di fronte a certe sceneggiate, forse dimostreremmo ancora un po’ di coscienza.

I poveri, i poveri sono la salvezza della società, i poveri sono la salvezza della Chiesa. O partiamo da Lazzaro, oppure saremo sempre immorali e gente che opprime.

Il povero è colui che ci può salvare, perché è colui che ci può fare aprire gli occhi subito. Giudicare la vita a partire dal povero, ribalta le nostre concezioni della vita stessa e ci riporta ad una economia della condivisione senza la quale siamo destinati alla distruzione, alla autodistruzione.

Quando parlo del povero non intendo che il povero sia la persona più buona di questo mondo, perché anche tra i poveri vi sono profittatori e amorali come in ogni categoria umana. Quando parlo del povero intendo che o partiamo da lui, dalla sua prospettiva di vita oppure saremo sempre schiavi di interessi personali, che hanno una loro valenza ma che non possono essere l’assoluto dell’esistenza di una società e di una religione.

Se gli interessi personali sono centrali, è necessario avere alle porte della propria casa poveri Lazzaro che muoiono di fame perché senza i poveri non ci sarebbe la ricchezza e senza la ricchezza non ci sarebbero i poveri. Guardare il mondo con gli occhi di Lazzaro significa ripartire dall’essenziale, significa accorgerci che c’è ancora chi muore di fame, oggi, mentre andiamo su Marte. Ripartire dalla situazione di Lazzaro significa vedere la realtà e la storia al di là del proprio ombelico.

Possibile che siamo diventati talmente disumani da ritrovarci ad incontrare i cani come unici consolatori di Lazzaro, loro che vanno a leccargli le piaghe? Siamo diventati talmente poveri e disperati da non avere più nemmeno un po’ di pietà e di misericordia per una carezza a un povero e a un disperato. Non è questione solo di soldi la povertà, la povertà è soprattutto questione di sentimento e di compassione. Nutre più la compassione che un pezzo di pane, in certe situazione disperate, ve lo posso assicurare. La compassione ridona la voglia di vivere che troppo spesso è spenta; un pezzo di pane dà la forza alla voglia di vivere.

 È disumana una certa spensieratezza che, isolandoci tristemente nelle nostre case, ci porta alla cecità di cui si lamenta il profeta Amos. La spensieratezza, che sembra essere il grande elisir della nostra illusoria eterna giovinezza, diventa la nostra condanna.

La nostra necessità di non invecchiare più, di continuare a fare gli adolescenti per tutta l’esistenza, di vivere una sorta di narcisismo eterno, ci porta solo alla disperazione e alla solitudine. Il povero può diventare la nostra coscienza, colui che semplicemente col suo esserci, risveglia la nostra coscienza a nuova vita.

Abbiamo bisogno dei poveri! Il nostro mondo ha bisogno dei poveri perché senza la moltitudine dei poveri non potrebbe esserci la ricchezza di pochi. Il nostro mondo ha bisogno di schiavi per continuare a sussistere, schiavi del lavoro, schiavi della nuova economia. E’ vero, l’uomo ha bisogno del povero, ma nel senso che il povero è la nostra coscienza viva ed incarnata. Se non facciamo i superficiali, se anziché chiudere occhi e cuore, noi ci apriamo a vedere, potremo risvegliarci da un sonno da epuloni che senza coscienza ci porta alla morte e all’isolamento. È ormai ora di svegliarvi dal sonno, perché le cose di prima sono passate, ne sono nate di nuove. E queste nascite nuove sono dono di una coscienza nuova risvegliata dai tanti poveri Lazzaro che abitano le nostre società le nostre strade, le nostre case.

Un ragazzo di 19 anni si è impiccato nei giorni scorsi, in un paese qua vicino, perché la sua ragazza l’aveva lasciato, dicono i bene informati. Un bravo ragazzo, un ragazzo di chiesa. E dopo il lutto cosa rimane? La disperazione della vita che continua, ignara di una povertà e di una tragedia, che abita sempre più la nostra gioventù. Ma il circo non si può fermare, la giostra continua a girare, deve continuare a girare.

Scheggia: Le nostre scelte senza cuore sono l’inferno della vita!

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