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Catechesi

Published on Marzo 21st, 2014 | by Vincenzo Foppa

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L’arte incontra la Quaresima: la Trasfigurazione

L’ARTISTA

RAFFAELLO SANZIO

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Raffaello Sanzio: Pittore e architetto, nato ad Urbino il 28 marzo del 1483. Era figlio di un pittore, Giovanni Santi, che fu il suo primo maestro e dal quale apprese le tecniche pittoriche. Dopo la sua morte, che avvenne quando Raffaello era ancora adolescente, entrò nella bottega del Perugino.

Nelle sue prime opere, tra cui la “Incoronazione della Vergine” (conservata nei Musei Vaticani) e la “Crocifissione” (della National Gallery), si notano ancora influenze tipicamente umbre, pur mostrando già un certo distacco che si accentuerà nello “Sposalizio della Vergine” del 1504 (conservato nella pinacoteca milanese di Brera). 

 Agli inizi del cinquecento lavorò a Firenze, dove si rivelò un grande ritrattista. Qui, Raffaello conobbe Leonardo e Michelangelo e poté vedere i primi studi preparatori della “Gioconda”, traendone sicuramente ispirazione. Raffaello, però, si distinse da ogni altro pittore del suo tempo per la resa luminosa e la straordinaria naturalezza dei suoi ritratti. 

 A Roma, gli fu affidato l’incarico di affrescare alcune pareti della “Stanza della Segnatura”. Successivamente l’artista affrescò alcune sale dei palazzi vaticani, oggi note come le “Stanze Vaticane”, dipingendo le scene della “Stanza di Eliodoro” e quattro episodi del Vecchio Testamento.

 Dopo la morte del Bramante, che aveva già progettato San Pietro, fu nominato responsabile della cura dei lavori per la costruzione di San Pietro, lavorando inoltre alla realizzazione delle logge del palazzo Vaticano nel cortile di San Damasco. Come architetto, Raffaello realizzò, inoltre, la Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, e curò la facciata di San Lorenzo e del palazzo Pandolfini a Firenze. 
 L’attività pittorica dell’ultimo decennio, oltre ai cartoni per la superba serie di arazzi della Cappella Sistina, registra ancora una sequenza di capolavori, dai penetranti ritratti fino alla grande e tormentata Trasfigurazione (Roma, Pinacoteca Vaticana ) che, rimasta incompiuta alla morte del maestro, fu poi completata nella parte inferiore da Giulio Romano. 
Morì a Roma il 6 Aprile 1520, a soli 37 anni, all’apice della gloria.  Raffaello nasce e muore di venerdì santo. Le sue spoglie furono sepolte al Pantheon, come lui stesso espressamente aveva richiesto. L’epigrafe latina sulla tomba di Raffaello, un distico scritto appositamente da Pietro Bembo, recita: «Qui è quel Raffaello da cui, fin che visse, Madre Natura temette di essere superata, e quando morì temette di morire con lui».

L’OPERA

LA TRAFIGURAZIONE

1518-20

MUSEI VATICANI

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Il Cardinal Giulio de’ Medici commissionò due dipinti destinati alla cattedrale di S. Giusto di Narbonne, città di cui il cardinal de’ Medici (futuro papa Clemente VII) era divenuto vescovo nel 1515: la Trasfigurazione per la quale fu dato incarico a Raffaello e la Resurrezione di Lazzaro (oggi alla National Gallery di Londra) ordinata a Sebastiano del Piombo. La Trasfigurazione non fu inviata in Francia, poiché dopo la morte di Raffaello (1520) il cardinale la trattenne presso di sé, donandola in seguito alla chiesa di S. Pietro in Montorio dove fu collocata sull’altare maggiore. Nel 1797, in seguito al Trattato di Tolentino, quest’opera, come molte altre, fu portata a Parigi e restituita nel 1816 dopo la caduta di Napoleone. Fu allora che entrò a far parte della Pinacoteca di Pio VII (pontefice dal 1800 al 1823).
Nella pala sono raffigurati due episodi narrati in successione nel Vangelo di Matteo: la Trasfigurazione in alto, con il Cristo in gloria tra i profeti Mosè ed Elia, e, in basso in primo piano, l’incontro degli Apostoli con il fanciullo ossesso che verrà miracolosamente guarito dal Cristo al suo ritorno dal Monte Tabor.
Il dipinto è l’ultimo eseguito da Raffaello e si configura come il testamento spirituale dell’artista. L’opera è considerata nella sua biografia, scritta dal celebre artista e biografo del Cinquecento Giorgio Vasari, “la più celebrata, la più bella e la più divina”.

LA LETTURA DELL’OPERA

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La critica moderna ha indicato la Trasfigurazione come ultima opera di Raffaello, commissionatagli nel 1517 per la cattedrale di Narbona, dal card. Giulio de’ Medici.

I vangeli pongono subito dopo la Trasfigurazione un episodio dall’inizio tenebroso: l’incontro con un ossesso indemoniato. Luca lo pospone al giorno dopo, Marco e Matteo immediatamente disceso il monte. Nessuno era stato in grado di venire in aiuto a quell’uomo tormentato dal demonio, dal male. Anche i nove apostoli, che non avevano preso parte alla Trasfigurazione, avevano fallito nel tentativo di guarirlo.

Raffaello primo ed unico nella storia dell’arte si è cimentato con la giustapposizione dei due avvenimenti. Ed ha così accentuato ancor più la trasparenza luminosa del Cristo ed il buio della condizione umana, ma, soprattutto, ha indicato che quella luce è il destino dell’uomo.

L’originalità dell’opera consiste proprio nella tensione che viene a crearsi per la compresenza delle due parti, l’alto ed il basso, il Cristo luminoso e la zona più in ombra dell’ossesso con il quale sono rimasti gli altri nove apostoli che non sono saliti sul monte Tabor.

La Trasfigurazione è la manifestazione del Cristo nella sua identità di Dio e, quindi, di luce abbagliante ma, insieme, illuminante l’intera sua umanità. Gesù non è, come vorrebbero alcuni, un “illuminato”, ma è “la luce stessa”. Il Cristo è, come dice il Credo, “luce da luce”; pure questa luce è totalmente presente nella sua carne e nella sua umanità.

Ogni discorso sulla Trasfigurazione ha essenzialmente a che fare con la realtà di Dio e quella dell’uomo e, sopratutto, con la compresenza totale dell’una nell’altra in Cristo.

La Trasfigurazione annuncia che la figliolanza divina del Signore, nella sua umanità, è così radicale e totale che non verrà meno nemmeno al momento della croce. E della morte in croce. Di questo suo dover morire per risorgere il Cristo parla con Mosè ed Elia.

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Di questa luce che tutto abbraccia ed illumina, rifulgono finalmente anche gli stessi Mosè ed Elia, la Legge ed i Profeti – cioè tutto l’Antico Testamento – “apparsi nella loro gloria” (Lc9,31). La luce non può che illuminare tutto e manifesta così anche il senso recondito delle Scritture che di Cristo già parlavano.

Il testo evangelico mostra tutta la tensione tra la Trasfigurazione e la vita con la sua ruvidezza. Pietro sembra quasi non accettare più la vita che fin qui ha conosciuto – “facciamo tre tende”, cioè restiamo qui, non torniamo ad incontrare quella vita dove non si manifesta immediatamente la lucentezza della presenza divina.

I corpi di Cristo, Mosè ed Elia sono librati nel cielo, suggerendo il moto ascensionale della resurrezione”, differentemente dall’iconografia tradizionale, dove sono molto più statici.

E la gloria del Cristo trasfigurato – e risorto – è talmente luminosa e carica di luce che non “può essere vista”: i tre apostoli sono scaraventati a terra, debbono “proteggersi” da quell’irradiazione luminosa.

“Mentre Cristo si trasfigura, manifestando la sua gloria… il demonio ha un sussulto particolarmente violento nel corpo del fanciullo.. L’improvvisa contorsione del demonio inviperito entro le membra dell’ossesso è, per la folla che lo scruta, il segnale di una soprannaturale rispondenza. Il sussulto del demonio, che presagisce la propria sconfitta, segnala il trionfo e la gloria del Cristo. L’episodio sottolinea il senso voluto di pesantezza, di cecità, di buio, ma anche di speranza, che grava sull’esagitata e terrestre metà inferiore della Trasfigurazione, al cui confronto quella superiore appare ancor più celestiale, lieve e composta.”

Da un lato la Trasfigurazione sembra provocare un sussulto particolare del male. Sempre, infatti, la rivelazione più piena di Dio provoca l’opposizione del male. Ma, dall’altro, la manifestazione luminosa del Cristo indica la speranza che è all’orizzonte, che è prossima e non più lontana.

Ecco l’interiore unità dell’ultima opera di Raffaello. La luce divina del Cristo e la tenebra del male non sono semplicemente giustapposte a contrasto. Proprio per quella tenebra il Cristo si è fatto uomo. La luce che abita il Signore Gesù non è per lui solo. E’ luce che, toccando fin l’abisso del peccato e della morte, è destinata a portare luce all’uomo intero, ad ogni uomo.

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