Giussani: le religioni non sono tutte uguali!

Don Luigi Giussani, un sacerdote e un grande educatore che ha fatto scoprire la fede a moltissime persone, per spiegare questo faceva un disegno alla lavagna. Una lunga riga orizzontale, con una freccia: la linea della storia. Sopra la riga, in alto, piazzava una “X”, come l’incognita delle equazioni: il Mistero, Dio. Poi, tante frecce che partivano da punti diversi della riga per avvicinarsi alla “X”. Le spiegava così: «Sono le religioni, che nascono in certi momenti storici come tentativi dell’uomo di conoscere la “X”, di svelarne il volto». Tentativi nobili, ma impossibili: il Mistero è troppo più grande delle capacità dell’uomo.

Conoscere fino in fondo Dio, per noi, è impossibile. «A meno che…». E lì disegnava una freccia che faceva il percorso inverso: dalla “X” a un punto della riga. «A meno che in un certo momento della storia non sia Dio a rivelarsi. A rendersi incontrabile da noi». Il cristianesimo è proprio questo. Un uomo che, in un certo momento della storia, dice: io sono la via, la verità e la vita. Io sono Dio.

E’ un caso unico. Non ce ne sono altri nella storia. Maometto, Buddha, Confucio e i fondatori delle varie religioni sono in qualche modo profeti. Annunciano Dio agli uomini. Dicono: ho capito qualcosa in più di Dio e ve lo spiego. E magari lo fanno anche in maniera accattivante, tanto è vero che attorno a loro si creano folle di persone che li seguono. Gesù no. Lui non si limita a dire: vi spiego chi è Dio. Lui dice di essere Dio. Delle due l’una: o era pazzo, o quello che diceva di essere è vero. Non ci sono vie di mezzo.

Attenzione, però: se quello che dice è vero, cambia completamente il nostro modo di entrare in rapporto con Dio. Invece di restare un mistero assoluto, che richiede sforzi immani di comprensione e una serie di tentativi di immaginarselo destinati a restare insoddisfatti, Dio diventa qualcosa di semplice, di incontrabile da tutti. Anche dai semplici, dai poveri, da chi non ha studiato. Anzi, sotto questo aspetto è davvero una rivoluzione enorme perché proprio le persone più semplici e aperte, quelle che non hanno delle loro teorie da difendere, paradossalmente sono avvantaggiate.

Lo stesso don Giussani faceva questo esempio. Immagina di avere davanti una grande pianura piena di cantieri. Ovunque ci sono gruppi di persone che costruiscono torri altissime che vanno verso il cielo, ognuno è un progetto diverso disegnato da un architetto diverso; ognuno con il suo staff di ingegneri e capomastri che seguono i lavori; ognuna con migliaia di operai che portano travi e mattoni. Intorno, qua è là, si vedono le macerie di altre torri, già crollate. Ma architetti e manovali continuano a lavorare senza fermarsi perché hanno tutti la stessa speranza: «Con questa torre arriveremo a vedere in faccia Dio». A un certo punto, sulla cima di una collina che dà sulla pianura, spunta un uomo. Guarda per un bel po’ quel cantiere infinito, quel brulicare di formichine che si affannano a correre qua e là. Poi grida: «Fermatevi!».

Gli operai del cantiere più vicino lo sentono e si fermano, incuriositi. Poi gli altri, e gli altri ancora. Alla fine, sulla pianura c’è un silenzio totale. Ascoltano tutti quell’uomo. «Il lavoro che state facendo è bellissimo. Ma è triste. Perché nessuna delle vostre torri, neanche la più alta, può arrivare a Dio». Brusio, vociare. Poi, di nuovo silenzio. E l’uomo prosegue: «Ma Dio ha avuto pietà di voi e dei vostri sforzi. Ha deciso di venire Lui da voi per farsi conoscere». Silenzio totale, pieno di tensione. «Sono io che vi parlo». Urla, strepiti, parolacce. Sopratutto da architetti e ingegneri: «E’ un pazzo, lasciatelo perdere». «Ma che volete mettere questo matto con i nostri progetti? Su, tornate al lavoro. Non perdiamo tempo!». E si rimettono tutti a lavorare. Tutti, tranne qualcuno degli operai. Non hanno un loro progetto da difendere, con la loro firma sopra. Ma vogliono davvero arrivare a Dio. Si guardano in faccia, incuriositi: «E’ se fosse vero?». Così abbandonano il cantiere e vanno verso la collina, per vedere se quell’uomo ha ragione o no.

L’annuncio cristiano è così, rivolto a tutti. Possibile a tutti. Ma sopratutto a chi è più semplice. In uno dei passi del Vangelo, Gesù dice: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5,3). Cioè i semplici, quelli che non hanno teorie da difendere davanti a Dio. Per questo, la notte di Natale i primi ad arrivare davanti alla grotta non sono stati i sacerdoti e gli studiosi -quelli che pure sapevano che il Messia “doveva nascere a Betlemme di Giudea”-, sono stati i pastori. I più semplici furono i primi a riconoscere che c’era qualcosa di misterioso in quel bambino. Ecco, il cristianesimo è questo: è l’annuncio che quel bambino, nato la notte di Natale in quel posto e in quel momento preciso della storia, è Dio.

Il cristianesimo non è una morale, né una serie di regole da rispettare. E’ semplicemente credere a questo fatto, farne esperienza personale. E seguirlo. Cioè, stare con Lui. Benedetto XVI lo ha detto benissimo: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la decisione decisiva». Si diventa cristiani perché ci si imbatte in un fatto, anzi in una Persona. Un Uomo fatto di carne ed ossa come noi: Gesù.

di Davide Perillo, tratto da La fede spiegata a mio figlio (Piemme 2007, p. 31)

 

 

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