L’attentato di Parigi: una riflessione

Il dibattito che ha fatto seguito al massacro fondamentalista di Charlie Hebdo e agli altri attentati di Parigi ha riproposto un intero repertorio di luoghi comuni  che vanno dall’incondizionato diritto di espressione allo scontro di religione.

Passata l’inevitabile ondata emotiva di quei  giorni occorre, tra tanta confusione,  fare  viceversa nostre le riflessioni più ponderate e profonde  per tentare di dare risposte a domande che vanno  ben oltre lo slogan Je suis Charlie”  scandito nelle piazze e sui media.

Il terrorismo, la violenza cieca del fanatismo religioso, è un male evidente su cui tutti siamo d’accordo: per quel che è successo a Parigi il 7 gennaio , come altrove nel mondo,  non ci può essere alcuna giustificazione. Il problema, e la divisione, nasce quando passiamo a definire come è possibile fermare tale fanatismo, come si costruisce – o su quali valori si costruisce – una società dove diverse culture possano convivere pacificamente.

Charlie Hebdo, anche a Londra manifestazioni contro attacco

Tutti siamo stati concordi nel definire la strage del Charlie Hebdo e dell’ipermercato Kosher “un attacco alla libertà”. Ma è quando andiamo a definire cosa sia la libertà che allora le strade si dividono e si comprende che quel popolo così unito in piazza contro il terrorismo ben difficilmente lo sarà domani quando si tratterà di decidere cosa fare per difendere la libertà.

Monsignor Alberto  Franzini sul sito della Diocesi di Cremona ha detto: “Se è vero che le democrazie occidentali si reggono sul principio di tutela della libertà, compresa la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero attraverso i mezzi di comunicazione, per cui è inconcepibile qualsivoglia censura, è altrettanto vero che la libertà non può essere un sacco vuoto. Intendo dire che la libertà ha un fine: camminare verso la verità, non verso la menzogna; e ha dei limiti nelle modalità di espressione: il rispetto delle opinioni altrui e la rinuncia ad ogni manifestazione che sia oggettivamente offensiva nei riguardi degli altri. Il settimanale francese Charlie Hebdo si è caratterizzato in questi anni come un giornale fortemente satirico, spregiudicato, tagliente, urticante. La satira, certo, è parte integrante della libertà di espressione: ma fino a quando la satira è satira? Qual è il confine tra satira e rispetto dell’altro? Quando poi la satira si presenta come un oltraggio alla religione, a qualsivoglia religione, è evidente che i confini del rispetto altrui vengono abbondantemente oltrepassati e la libertà cessa di essere tale, perché il vilipendio alla religione non può essere tollerato come espressione di libertà in una società che voglia dirsi democratica e liberale. Se le vignette antireligiose del settimanale francese non giustificano in nessuna maniera un atto di ritorsione e di vendetta omicida, va anche detto che la violenza  di certa satira non aiuta certo lo sviluppo di un clima di rispetto reciproco, che è la condizione basilare di una convivenza civile: anzi, può diventare il detonatore di una violenza fisica incontrollabile”.

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Tutto questo pone due altri quesiti che rimandano ai rapporti con l’Islam, ma anche e soprattutto  alla nostra identità: dobbiamo dire chi siamo, dobbiamo scegliere quale libertà vogliamo perseguire.

In un intervista comparsa sul portale della Diocesi l’islamista della Cattolica di Milano Paolo Branca ha affermato: “Ci sono molti nodi che stanno emergendo e che non vengono risolti, come il giusto rapporto tra religione e politica nel mondo arabo-islamico e che stanno facendo un numero spaventoso di vittime innocenti. Non c’è una risposta chiara, per cui la condanna va bene, ma bisogna assumersi anche la responsabilità nel dipanare alcune ambiguità evidenti dalle quali non si riesce a uscire da un paio di secoli. Come studioso del mondo arabo-islamico posso dire che stanno venendo al pettine molti nodi che non sono mai stati sciolti.

I musulmani e tutte le persone che seguono qualsiasi religione meritano il nostro rispetto, ascolto e solidarietà. Però a questo rispetto di fondo deve corrispondere un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, perché in nome delle religioni non possano più avvenire fatti di questo genere, che sia veramente un tabù poterli fare in nome della religione. Tutto questo è ancora da recuperare. Dobbiamo farlo certamente insieme, però è un sintomo della crisi profondissima di tutti, non solo dei musulmani. Ma in particolare del mondo islamico, dove non c’è una distinzione tra i due livelli che porta a forme di confusione che ha poi conseguenze di questo genere a danno soprattutto dei musulmani stessi. Quelli che muoiono tutti i giorni in Siria, in Iraq, in Libia, in Yemen, certo sono anche i cristiani, ma il maggior numero di vittime sono musulmani.

È una specie di guerra civile all’interno dell’islam che però non trova giustificazione in nessun precedente storico. È stupefacente l’ignoranza di quello che è stato il califfato per secoli. Qualcuno può agitare questo mito e mobilitare una minoranza di pazzi, ma senza nessuna contestualizzazione. È come se io invocassi il ritorno di Carlo Magno. Qui farei ridere, altrove la cosa non è abbastanza evidente purtroppo”.

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Questi gesti di odio nei confronti dell’Occidente pongono a tutti noi un interrogativo profondo sulla nostra identità culturale, sul collante del nostro tessuto sociale, sulle radici profonde delle nostre democrazie, che appaiono sempre più vulnerabili.  Su questo aspetto è comparso un interessante contributo sull’Avvenire di domenica 11 gennaio a firma Nerella Buggio: ”Non sarà la satira a salvare il mondo e la libertà, non sarà la presa per i fondelli di tutto e di tutti che costruirà una civiltà nuova. Quello che viene meno in ogni luogo è la capacità di ascoltare le ragioni altrui, di confrontarci.  Il rispetto delle diversità e delle radici di ognuno di noi è venuto meno in nome di una laicità che in fondo non è che una falsa neutralità che finisce per azzerare ciò che siamo e che ci fa sentire appartenenti ad un popolo.

La Francia laica,  illuminista, che si è illusa che la tolleranza fosse un valore, si ritrova ad avere cresciuto dei francesi senza radici: non basta nascere in un Paese per sentirsene parte, per amarlo; si può nascere in un Paese e sentirsi sempre dei figli di ”serie B”, sino ad andare a cercare in altri luoghi chi alimenta questo livore, quell’odio, quella voglia di vendetta

Il vero valore è l’accoglienza, non la tolleranza, ma l’accoglienza implica coinvolgimento, conoscenza dell’altro, rispetto reciproco. Forse dovremo fare un serio e urgente esame di coscienza, perché credere che l’integrazione e l’accoglienza passino attraverso la cancellazione della nostra identità, stia facendo seri disastri.  Bisogna amare ciò che siamo per conoscere e incontrare altri popoli e altri modi di vivere e per poter chiedere loro il rispetto delle nostre tradizioni e di rispettare le loro”.

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Oggi, quanti manifestano in piazza con la matita in mano e con la scritta Je suis Charlie sul petto intendono difendere la libertà di parola. Ebbene, in Francia la libertà di espressione e di parola viene impedita nei confronti di chi difende in pubblico la famiglia tra uomo e donna ed esprime la propria convinzione che non sia giusto il riconoscimento delle coppie omosessuali o permettere loro la filiazione tramite la fecondazione eterologa. Anche in Italia si sta assistendo a crescenti e subdoli attacchi alla famiglia naturale, alla libertà di espressione ed alla libertà educativa nonostante questi siano beni riconosciuti e tutelati dalla nostra Costituzione. C’è intolleranza in molti aspetti di quella cultura che ora manifesta per la difesa della libertà.

A man holds a sign during a protest against Niger President Issoufou's attendance last week at a Paris rally in support of French satirical weekly Charlie Hebdo, in Niamey

La cattiva coscienza dei nostri media la si misura anche nell’indifferenza riservata agli attacchi terroristici che, quasi contemporaneamente, hanno colpito la Nigeria ed il Niger. Si può comprendere il discorso simbolico sull’attacco a Parigi cuore dell’Europa: ma resta il fatto che duemila morti in Nigeria hanno trovato spazio infinitamente minore di sedici in Francia. Difficile non parlare in quel che è accaduto in questi giorni a Parigi, ma eventi  altrettanto (più) dolorosi sono stati liquidati con qualche trafiletto o nei titoli di coda: ci riferiamo ai fatti di Nigeria, a un’intera città fatta di 10 villaggi con non più di 10.000 persone dove un quinto della popolazione (duemila, si presume, perché da lì non arrivano foto, giornalisti) sono stati uccisi dai massacratori di Boko Haram.

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Un ultima considerazione; Ferdinando Camon su Avvenire ha sottolineato che: “per eliminare questo piccolo commando di combattenti islamici la Franca ha impiegato uno schieramento di 88 mila armati. La Francia ha reagito a questa aggressione in casa propria, nel centro della propria capitale, con la forza di una guerra. Ed ha fatto fatica a venirne a capo”.

Tutto questo dimostra la nostra inadeguatezza e la nostra fragilità (nonostante gli apparati ed i mezzi in dotazione) nell’affrontare la minaccia terroristica. Approntare idonee misure di sicurezza a tutela dei cittadini si può e si deve ma la risposta vera alla sfida si gioca su un altro tavolo.

French soldier patrol near the Eiffel Tower in Paris as part of the highest level of "Vigipirate" security

Ce la suggerisce nella conclusione del suo articolo Monsignor Franzini: “è quella di un rafforzamento culturale, che può essere generato solo da una ripresa di impegno educativo e morale da parte di tutti i popoli che compongono il nostro Occidente: un impegno che tenga conto delle nostre radici, delle nostre tradizioni, della nostra storia, delle nostre sofferenze e delle nostre conquiste. Diversamente, si può far strada solo un vuoto culturale che produce una malattia pericolosa: quella che, nel linguaggio psichiatrico, viene definita come perdita di autostima”.

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